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GUGLIELMO DA VOLPIANO

UN PROTAGONISTA NELL'EUROPA DELL'ANNO MILLE

 

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Quell'estate del 962


« Lo stesso imperatore sollevato il neonato con la mano destra gli diede il nome di Guglielmo, mentre la regina sua moglie lo accolse dal sacro fonte battesimale ».

Così il monaco-scrittore Rodolfo il Glabro, biografo del suo grande maestro, l'abate Guglielmo da Volpiano, ci informa che i suoi padrini furono il fondatore del sacro romano impero della nazione tedesca, Ottone di Sassonia, re di Germania e d'Italia, e sua moglie Adelaide di Borgogna.

L'isola di San Giulio d'Orta

Tale comportamento imperiale fu segno e testimonianza di un evento eccezionale quale infatti fu la resa all'imperatore nell'estate dell'anno 962 d.C. dell'esercito italico assediato nell'isola di Giulio, sul lago d'Orta, che Berengario II aveva affidato alla moglie, l'energica Willa.

Comandava la piazzaforte dell'isola Roberto, signore di Volpiano, al quale la moglie Perinzia, di nobile stirpe longobarda e probabilmente imparentata con Berengario e col futuro re Arduino, aveva partorito un quarto figlio maschio, proprio durante l'assedio.

Con benevolenza Ottone si comportò con l'avversario vinto ed acconsentì di tenere a battesimo il piccolo e di deciderne  il nome, Guglielmo, da lui amato perché così si chiamava suo figlio prediletto, vescovo di Magonza.

Quanto all'ex regina Willa, la lasciò libera di raggiungere alla rocca di S. Leo in Romagna il marito Berengarío, « dopo averla ben pelata » come ci ricorda il Muratori, del tesoro del regno d'Italia che aveva con sé.

Con la presa dell'isola fortificata, Ottone si assicurava il dominio sul regno italico; Berengario e Willa verranno catturati due anni dopo e mandati a morire a Bamberga; il papa, Giovanni XII, pentitosi di avere nel febbraio di quel medesimo anno 962 unto ed incoronato imperatore Ottone di Sassonia a Roma, e di avergli concesso il famoso privilegium per le investiture ecclesiastiche, aveva tentato una ribellione, soffocata sul nascere dal pronto accorrere di Ottone che lo deponeva e sostituiva con un pio laico romano, Leone VIII,da lui imposto, dopo un concilio episcopale addomesticato che sanciva il diritto imperiale alla investitura anche del papa.

Mai un papa si era trovato e si troverà in condizioni così concorrenziali con un laico per il dominio anche spirituale e mai un sovrano cristiano era stato e sarà mai inserito così profondamente nella sfera sacerdotale ed ecclesiale, per il Sacrum Imperíum, la sacra potestà che l'unzione imperiale ricevuta dal papa gli conferiva. Perché non ci fossero dubbi, la corona imperiale che Ottone aveva portato con sé nel febbraio a Roma (oggi custodita a Vienna) si distingueva per le piastre che l'ornavano, una delle quali mostrava Cristo in trono con la scritta « I re regnano per la mia forza ».

Liquidate le pretese di Berengario e le velleità di papa Giovanni XII, con una politica accorta e generosa verso i signori italici e favorevole al potere politico (non ereditario) dei vescovi sulle città, Ottone rafforzava quel dominio sull'Italia dei sovrani tedeschi che durerà per tre secoli, fìno al 1268, col taglio della testa del giovane Corradino di Svevia.

La corona imperiale di

Ottone I il Grande

Anziché punire e sterminare i signori nemici con la loro famiglia ed il loro clan, come era usanza, Ottone aveva preferito comprensione e magnanimità, per presentarsi in Italia non come conquistatore ed oppressore, ma piuttosto come liberatore dalle angherie ed i soprusi della coppia Berengario-Willa, secondo gli allarmati appelli di intervento che già aveva ricevuto in occasione della prima discesa in Italia nel 951, da signori, vescovi e dal papa stesso.

Erano tempi di ferro, la classe nobiliare era egemonica e forniva tutti i quadri della struttura sociale, non solo civili e militari, ma pure religiosi; anche l'immagine preferita di Dio era guerriera, Deus Sabahot, Dio degli eserciti, e su qualche testo dell'Apocalisse, libro biblico allora preferito, Gesù il Cristo era raffigurato con la spada fra i denti.

Lo stato di guerra, dalla primavera all'autunno, era in Europa una condizione normale; la pace appariva come una interruzione forzata e fortuita della guerra, pace che qualche vescovo cercava di ottenere almeno per alcuni giorni della settimana, invocando una tregua Dei.

 

L'Europa al tempo di Ottone, teatro delle vicende di Guglielmo

 

Erano tempi di grande crudeltà, di grandi carestie e pestilenze, erano tempi di una profonda e diffusa ignoranza e superstizione, cui non si sottraevano nemmeno i nobili, quasi tutti analfabeti.

Il popolo in perenne stato di eccitazione fantastica e di tensione ansiosa a causa della fame, delle malattie e della paura, viveva del meraviglioso, del miraculum e le reliquie assolvevano al compito di medicine spirituali ma pure fisiche, non conoscendosi null'altro di meglio; specialmente nelle campagne poco o nulla conosceva di Cristo e del suo messaggio, perché gli erano ostiche le Scritture sacre ed era portato piuttosto a meditare su episodi esemplari e leggendari di personaggi biblici e santi.

L'istruzione religiosa a mezzo secolo dalla fine del primo millennio era patrimonio elitario, riservato a pochi nobili istruiti come monaci nei monasteri o come chierici presso le cattedrali al servizio di Dio e solo loro conoscevano i libri sacri, e solo pochi di loro cercavano di seguirne i precetti.

La cultura ecclesiastica era largamente tributaria dell'influenza monastica, mentre era inesistente una cultura laica; la morale popolare e nobiliare era ai livelli più bassi ed anche la struttura ecclesiastica era colpita e degradata, in particolare dal concubinato e dalla simonia.

In questo clima culturale depresso, le incursioni degli Ungari, dei Normanni e dei Saraceni, senza scopi di conquista, ma solo di distruzione e rapina, avevano compiuto il resto, facendo toccare alla metà del secolo decimo il punto più basso alla civiltà in Europa.

Il senso religioso di Ottone, anche se venato da connotati opportunistici, e la sincera fede cristiana di molti abati e di qualche vescovo sulla base della pax ottoniana cominciavano però a creare le condizioni di una rigenerazione morale e di una ripresa sociale la cui diffusione avrebbe trovato nella omogeneità europea di allora una valida base, una volta eliminate l'anarchia politica e la negligenza religiosa.


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