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L'ASSEDIO DEL CASTELLO

 

Cenni Storici
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Le  prime  citazioni  documentabili  del castello  di  Volpiano risalgono agli atti di   donazione   del  sito  all'Abbazia  di Fruttuaria   di San  Benigno Canavese ( 1019-1060 ),  ma  da  essi  non traspare l'origine e l'effettiva consistenza edilizia del complesso.
E' certo  però che la storia dell'insediamento sia legata a quella della Abbazia fondata da Guglielmo  da  Volpiano per lo meno per tre secoli, in quanto molti abati  fissarono  la  loro  residenza  nel castello  di Volpiano dal quale rogarono molti atti del loro incarico episcopale.Nel 1339 il castello passò ai marchesi del Monferrato e nel 1372 l'abate di Fruttuaria tentò di riapproppriarsi del sito, ma Amedeo VI di Savoia (il Conte Verde), costrinse l'Abate a ridare il castello all'erede Secondetto del Monferrato. Questi, rientrato nelle sue terre, fece donazione al Conte Verde di varie fortificazioni, tra le quali quella di Volpiano
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… Qual valore avesse Volpiano come fortezza  lo si poté vedere  verso la metà del secolo XVI, quando vennero le lunghe e terribili guerre tra Francesi e Cesariani. Volpiano restò occupato nel 1535 dagli Spagnuoli coi quali era in lega il Duca di Savoia; e la sua difesa fu affidata a CESARE MAGGI di Napoli.
Quest'intrepido e valoroso  capitano  seppe per venti anni continui tenere in iscacco  i generali di Francia; anzi egli non si contentò  di stare sulle difese  chiuso nella fortezza  a  lui  affidata,  ma faceva continue escursioni molestando gravemente i Francesi che occupavano Torino.
 
Una volta andò di soppiatto fin sotto le mura di quella città con un pugno dei suoi soldati; e scalato il bastione vicino alla  Consolata  stavano per aprire  una porta,  quando malpratici di essa fecero del rumore. Accorsero i custodi e subito fu dato l'allarme.  Gli audaci  dovettero ritirarsi,  ma fu si grande  la paura  incussa nella città, che si attribuì a miracolo la fallita impresa. Cesare Maggi, per nulla scoraggiato da questo insuccesso, preparò subito un'altra astuzia per prendere Torino ai Francesi.  Fece preparare cinque o sei carri  di fieno in modo che fra i batuffoli si potessero nascondere dei soldati, e di notte avviò questi carri verso Torino.
Intanto egli alla lontana li seguiva con 800 cavalli e 5000 fanti che aveva radunato in Leynì. I carri arrivarono a Torino e fu  loro abbassato  il ponte levatoio.  Appena furono dentro,  i  finti  contadini  impugnarono le armi nascoste, i soldati celati sbucarono  fuori  dal fieno  e tutti uniti  si gettarono  contro  le guardie. Credevano di essere secondati  dalla truppa che loro teneva dietro:  ma questa,. per impreviste difficoltà, non era giunta in tempo, e  per di  più l'ultimo  carro che  doveva  fermarsi  in  mezzo alla  porta  per  impedirne la chiusura era rimasto fuori.  Il custode  aveva intanto alzato il ponte, ed i prodi restarono presi nella propria trappola.
Non si sgomentarono però, anzi combatterono come leoni vendendo ben cara la loro vita.
 
Questi  audacissimi tentativi fecero comprendere ai Francesi che non avrebbero mai potuto stare tranquilli da quella parte finché  non l'avessero fatta  finita con Volpiano e con il suo governatore. Stabilirono quindi di fare la conquista  di quella  fortezza,  quantunque fosse reputata impresa assai difficile (1).  Il maresciallo Brissac, comandante dei Francesi, ordinò  al Duca di Aumale, colonnello  di cavalleria, di preparare un  assedio in piena regola.  Costui  venne a San Benigno  con 5000 fanti  e 2000  cavalli,  e di  la  si  portò  ad  investire Volpiano preparando  molte  mine  per  far saltare in aria le mura.  Il presidio  tentò  di  impedire  quei  lavori,  ma poté ottenere  ben  poco.  Il governatore Maggi, vedendo che colla piccola guarnigione di cui disponeva non avrebbe potuto resistere a lungo  contro  tutto  quello  sforzo  dei nemici,  domandò  aiuti al Duca d'Alba, ma non poté ottenere nulla. Frattanto  il Duca d'Aumale, stanco della  lentezza con cui procedeva il lavoro per l'escavazione delle mine, volle tentare un assalto diretto.
Fatta aprire  una breccia  nelle  mura  con un terribile  bombardamento,  comandò ai soldati di varcare il fosso credendo che vi fosse poca acqua.  I soldati  si  lanciarono  animosamente  avanti,  ma vi trovarono la morte; trecento  restarono  affondati nella melma.  Allora si tornò al  paziente l avoro delle mine, e finalmente queste scoppiarono portando un largo squarcio nelle mura.
 
Il presidio spagnuolo  dopo  venti  giorni  e venti  notti  di assedio  e  dopo  un'ultima  sanguinosa, resistenza, capitolò  a  buone  condizioni  e usci  con l'onore delle armi (2).  I Francesi, non  contenti delle rovine prodotte durante  il  terribile assedio, decretarono  la  demolizione  del castello e delle  fortificazioni di Volpiano, affinché non potessero più servire al nemico. Cosi fini nel 1555 quel fortissimo castello.
Quale strazio, e quale desolazione!
Ora, come abbiamo detto, sono quasi scomparse anche le vestigia di tanta potenza e grandezza.
 

(1) Correva in quei tempi un proverbio che diceva: «Quand i Fransseis a piiran Vòlpian, la levr a piirà 'l can»
    (Quando i Francesi piglieran Volpiano, la lepre piglierà il cane). Questo proverbio trovasi in un antico manoscritto
    conservato negli Archivi dei Regno.
 
(2) Questo  assedio  era  tenuto per un  fatto d’armi tanto importante, che molta nobiltà trovasi negli assediatori.
     Fra essi distinguevasi i principi Iacopo di Savoia-Nemours, il signor d’Enghien, il principe di Condè, ecc.
 


questo brano è tratto dal libro "VOLPIANO dal Medioevo ad oggi" di Francesco Maccone
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